Tom, Federico, Turing e Radiohead

Una domanda che spesso mi faccio è capire fino a che punto fare l’informatico sia un mestiere. Un vero mestiere, come da sempre è inteso: fatica, sudore e lacrime, e soddisfazione, per i più fortunati, di vedere un qualcosa di concreto e reale, realizzato con le proprie mani.

Penso che sia una domanda che in molti si fanno tra l’altro, soprattutto in questo periodo, con l’ascesa (o discesa?) di Facebook nel mare monstrum della Borsa. Vale 10 100 o 1000 miliardi qualcosa che non ha praticamente nulla di fisicamente esistente (al di là dei server cavi e computer per la sua programmazione)? O il suo valore risiede nell’idea che miliardi di idee possono viaggiare istantaneamente tra quasi un miliardo di persone?

Mi viene sempre in mente una frase di Italo Calvino su “la leggerezza del bit”, nelle sue Lezioni Americane

La seconda rivoluzione industriale non si presenta come la prima, con immagini schiaccianti quali presse di laminatoi o colate di acciaio, ma come i bits d’un flusso d’informazione che corre sui circuiti sotto forma d’impulsi elettronici. Le macchine di ferro ci sono sempre, ma obbediscono ai bit senza peso.”

I bit non hanno un peso. E questo mi fa dubitare che il lavoro dell’informatico sia effettivamente soppesabile…! Ma il dubbio scompare subito, perchè, sempre in quella frase di Calvino è lampante anche la soluzione: una nuova rivoluzione industriale, in corso da pochissimi decenni (ne sono bastati due per far diventare Bill Gates uno degli uomini pià ricchi del mondo, in fondo).

Il software, il codice. La traduzione delle idee per parlare con i protagonisti della vecchia rivoluzione industriale, le macchine. Che da brave protagoniste, si sono cambiate d’abito nel nostro palcoscenico: sono sempre pià ricettive, più pronte ad assimilare le idee, la traduzione che facciamo dal linguaggio umano al loro, è sempre più verosimigliante, si perde sempre meno significato, nella loro vanità si fanno chiamare per la maggior parte, computer.

Pensiamo ad una grande assicurazione che debba stampare ogni giorno (almeno fino a che anche tutti gli organi di una società non si adeguino alla filosofia del paperless) migliaia di lettere di comunicazione ai propri assistiti. E pensiamo come è cambiata questa modalità, nel giro di poco tempo. Semplicemente basta un normalissimo editor Word, una bella macro che si interfacci direttamente alla base dati che contiene le informazioni sugli assicurati, legge questi dati, e con un’ormai banale automatismo di “stampa unione” crea  migliaia di documenti, che possono essere inviati a loro volta, con altri automatismi, ad una stampante (e, questa sì, hardware, e fisicamente esistente). Ovviamente anche questa fase sarebbe suscettibile di miglioramenti, ad esempio eliminando completamente la carta (si parla oppure di di “sostenibilità ambientale” ?)

Questa fase -ovvero il bit che viaggia leggero da una macchina chissà dove, portando con sè la conferma di soldi, contratti adempiuti, informazioni personali, viaggia quindi direttamente alla persona, con una semplice email- ha un presupposto che per ora non è compatibile con la realtà dei fatti: che ad ognuno sia garantita una cittadinanza digitale! Questa fase sarebbe il culmine della nuova rivoluzione industriale che stiamo vivendo. Che come ogni rivoluzione porta sempre con sè comunque dei dubbi, perplessità, e ha sempre un sapore amaro (tra gli altri, Stephen Hawkings ha riassunto, con una semplicità strabiliante, questi dubbi: come l’elettronica, con i suoi derivati, come appunto lo è l’informatica, da buona creatura dell’uomo, cominci, ancora lentamente per ora, ad avere le stesse prestazioni del suo creatore…e, in ultima analisi, stia diventando un “competitore evolutivo” vedi link).

Ma questa è un’altra storia.

E in tutto questo, perchè Tom, Turing, Federico e Radiohead?

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