HIT sta per …

Health Information Technology, o per meglio dire: elefanti rosa in cambio di martelli.

Ovvero uno di quei rami che sono tuttora inesplorati. O meglio, davvero poco approfonditi. L’informatica applicata al settore medicale, e più precisamente al settore farmaceutico. Alla fine, a ben pensarci, non è detto che non sia un’ottima idea, destinata a prendere piede e in grado di svilupparsi ampiamente nei prossimi anni.

Per quella che è stata la mia brevissima e poco fortunata esperienza nel settore biomedicale, ho imparato alcune piccole leggi fondamentali. L’informatica, che ad esempio offre un’aiuto enorme -ineludibile-già nel semplice “stoccaggio” dei dati statistici, e alla loro elaborazione, si scontra con la realtà del settore.

Prendiamo un esempio semplice: abbiamo un prodotto, un pacemaker. Abbastanza routinario (intendo che oggi come oggi non stiamo parlando più di fantascienza).Per misurarne l’efficacia, i dati andrebbero scaricati elaborati e verificati regolarmente, su un database e con procedure di elaborazione statistica definite e precise. Il paziente dovrebbe sempre avere modo e poter scaricare i dati contenuti nel pacemaker, e dovrebbe poterlo fare nel modo più semplice e intuitivo possibile, addirittura via web. Il medico che lo ha in cura, dovrebbe poi registrare altri dati a seguito di ogni follow up (anche questo da eseguire regolarmente), sempre su un database, che sia il più ampio e condiviso possibile. Ora, pure ammettendo che tutto questo avvenga alla perfezione con regolarità e senza mai intoppi, i dati andrebbero poi elaborati con criteri statistici univoci. Ovviamente la perfezione non esiste. Il follow up del medico magari manca (e chi potrebbe convincere un chirurgo, che ha guardato dritto nel cuore di un paziente, a perdere tempo con un pezzo di silicio? :), i dati registrati dall’utente-paziente, non sono regolari, etc. E quindi arriviamo al paradosso: pur ammettendo di avere tutti i dati a disposizione, e la loro mole fosse -come un giorno sarà- enorme, a questo punto si pone il quesito su come elaborarli? La necessità dell’elaborazione di “big-data” sta emergendo solo da poco tempo, addirittura è solo a partire da quest’anno che alcune aziende la stanno sdoganando sul mercato.

Prima ho parlato di un pacemaker, il discorso si complica con i farmaci, per i quali la diffusione, l’eterogeneità, aumentano la complessità di un’analisi informatizzata onnicomprensiva.

Gli articoli accademici a riguardo non si contano.

Un’estratto da uno di questi è molto significativo:

“One problem observed in
pilot studies is workflow disruption, which continues
to challenge HIT adoption in physician offices, hospitals,
and pharmacies. Another major challenge for HIT
implementation is the need for communication standards
to make the interchange of electronic information
possible within the health care community. Much
of the needed technology is already in place for HIT or
could be put into place easily. However, the standardization
necessary to write situation- or system-specific
software interfaces to enable communication among
systems is still being developed.”

Quindi i punti fondamentali sono: la mancanza di un protocollo di registrazione dei dati che sia preciso e condiviso in tutta la catena, dal paziente, al medico di base, fino ad arrivare alle strutture sanitarie. Altro punto: l’assenza di uno standard ben preciso nella comunicazione dei dati. Gli strumenti ci sono, ma c’è una totale indecisione su quali usare da una parte all’altra.

Più o meno come ha scritto Murakami, se ti dò un martello, mi dai un elefante rosa?

Insomma anche nel settore dell’informatica medica il rischio è di cadere nel mitico “sistema arlecchino”. Che nella sua versione migliore viene chiamato “best-of-breed“. A questo link c’è una interessante intervista al capo CED dell’azienda ospedaliera di Vernona, stavolta un caso ben riuscito e promettente. Ma rimane l’idea che la strada da fare sia ancora molta.

E sì che i benefici sarebbero pesanti e mai trascurabili. Primo: la salute dei pazienti (tornando agli esempi di prima: diminuzione degli errori di prescrizione di un farmaco, miglioramento dell’efficacia di un pacemaker, etc). Secondo beneficio, che nella società post moderna a quanto pare non è mai disdegnato: ci sarebbe sul medio periodo una diminuzione dei costi (ad esempio la “prescrizione elettronica” quindi informatizzata, di un farmaco oltre a diminuire i rischi di errori medici o di errata interpretazione, diminuirebbe costi amministrativi e gestionali, permetterebbe la registrazione dei dati migliorando la produttività, i costi di approviggionamento e immagazzinamento).

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