archivio

Archivio mensile:giugno 2012

Si comincia a parlare di “digital darwinism“, ovvero la scienza dell’evoluzione, nella sua accezione più forte e crudele al tempo stesso, nel mondo dell’informatica, in particolare nella sua estensione al mondo dell’informatica. E finora l’accezione con cui se ne parla, nella maggior parte dei casi, riguarda -ma pensa un po’- la pecunia e il lato prosaicamente economico: la capacità di attrarre, grazie ai nuovi canali mediatici, ai social network e internet più genericamente, nuovi followers. In fondo anche solo fare un blog, spesso significa “stare al passo coi tempi”, o in altri termini, adattarsi alla giungla informatica per garantire la propria sopravvivenza nel mondo virtuale.

Il darwinismo digitale ha implicazioni non indifferenti. Quello classico è fondato su tre presupposti: riproduzione, variazione e selezione. In quello digitale, mentre è difficile delle analogie per i primi due postulati, sul terzo la faccenda si fa più semplice: la selezione tecnologica opera sta operando in maniera notevole nella vita quotidiana di tutti. Oggi, una connessione ad internet, in molti paesi è vitale (ma non so quanto sia applicabile in Italia ancora). Agevola i rapporti con la pubblica amministrazione; è diventato un must per quanto riguarda i cosiddetti “beni e servizi” (dallo  shopping, alla scelta e prenotazione delle vacanze,  dalla scelta di un libro fino ad arrivare, perchè no a pubblicarne uno) e per quanto riguarda l’aspetto dominante di ciascuno, cioè la sua socialità nelle relazioni. Quindi , senza entrare nella metafisica per analizzare tutto ciò che la virtualizzazione della coscienza umana può significare, basta dire che una connessione internet determina le capacità di successo o meno di un’attività commerciale, oppure determina la possibilità per un ragazzo -o di chiunque a dire il vero- di fare nuove amicizie, e così via.

Quindi la prima selezione è: usare internet, o no. Ma nell’ammasso stellare dei bit in cui cominciamo a vivere, la seconda regola di selezione è: capire internet, oppure no.

Capire Internet significa trovare un modo, che, come nella selezione naturale solo l’esperienza mista alla fortuna portano alla “sopravvivenza”,  in questo caso a non cadere nel milione di tranelli che con cui la rete può intrappolare. Phishing truffe digitali virus e chi più ne ha…anche stavolta i predatori non mancano.

Senza contare che la selezione digitale opera in modo complesso e spesso ambiguo: il social network è diventato la nostra vetrina per l’amicizia gli affetti ed il lavoro, quindi per le nostre emozioni. Ma ad ogni passo tentiamo di difendere strenuamente il “diritto alla privacy”. Flag, check, controlli, firme virtuali per premunirci che la nostra intimità sia più che protetta, pubblicando poi qualunque struggimento del cuore su una bacheca web.

E Darwin ci osserva sempre incuriosito, vorrebbe sapere come agirà stavolta l’evoluzione.

Un programmatore, in Italia, ha quantomeno qualche possibilità in più di lavorare con un contratto a tempo indeterminato (ammesso che ne esisteranno ancora da qua a qualche anno). La tragedia comincia quando arrivano i dati comparati rispetto ad altri paesi.

Questa è una statistica, un po’ datata (2007) di cosa offre il mondo statunitense dell’IT (fonte http://degreedirectory.org/)

Senza andare nella sezione del top management, bastano un paio di occhiate veloci agli skill più tecnici:

Database Administration

  • Average Annual Salary – $88,443

(non dico la fatica di trovare un forum in lingua italiana dedicato ai DBA)

Computer Programming

  • Average Annual Salary – $75,427

(si dice -perchè non può essere che una leggenda, se vista con i nostro occhi- che addirittura la paga iniziale di un programmatore parta da 50,000 $)

System Administration

  • Average Annual Salary – $69,311

(c’è spazio anche per i sistemisti insomma)

In tutto questo, per ogni figura, oltre ad essere descritti i ruoli e le mansioni, per ognuna si dice: la laurea non è obbligatoria, ovviamente averla costituisce un’aiuto, ma l’esperienza guadagnata sul campo conta molto.

A questo punto, la domanda da farsi è come mai un tecnico informatico, in Italia, non abbia nemmeno una tipologia contrattuale dedicata, anzi, è frastagliata tra contratto commercio o addirittura il contratto metalmeccanico (purtroppo o perfortuna, un programmatore non forgia il suo chip, magari facendolo come gli pare e gli piace, ma semplicemente “lo pilota”. Su quali strade, se buone o cattive, è tutto da vedere…

E mentre i pensieri si infrangono sulle stranezze del mondo “IT” (che a quanto pare non identifica l’ ITalia), l’altro pensiero va a quelle aziende che invece puntano a far diventare ciascuno di noi, chiunque sia, in un programmatore (mi riferisco ad esempio a Coghead , Caspio, Zoho…)

In fondo un computer, in ogni sua forma, è il nuovo elettrodomestico che non può mancare nelle nostre case!